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martedì 31 luglio 2012

L’INCHIESTA. TRA 7-8 ANNI SPARITO IL PESCE DAL GOLFO DI TARANTO La confidenza di un operatore ittico. Lo strano momento scelto per il fermo

di Nicola NATALE
Banco al mercato del pesce di Venezia
Un buon piatto di pesce, magari in un ristorantino vista mare.
Peccato che la pesca a strascico e sotto costa rischi di rovinarci anche questo residuo piacere.
Il pesce jonico non ce la fa più a riprodursi e pensare che basterebbero solo due, tre mesi di fermo per avere pesche eccezionali, tali da regalare in loco pesce fresco in quantità, di buona pezzatura e non surgelato.
E’ la denuncia fatta da un operatore del settore che vuole restare anonimo, pur non sottraendosi al dovere di denunciare quanto accade sulle coste della Provincia di Taranto, da Campomarino a Marina di Ginosa.
E ben sapendo che - purtroppo - non c’è una cassa integrazione per i pescatori.
Che cosa troviamo nelle pescherie oggi?
Una immagine di una pescheria 
Il pesce c’è, ma solo quello piccolo. Stanno distruggendo tutto con la pesca a strascico che, prendendo anche i pesci piccoli, impedisce la riproduzione. Ci vuole un controllo severo e tre, quattro mesi di fermo a partire da Maggio.
Non è già così?
No, il fermo lo fanno ad Agosto, il risultato è che il pescato è diminuito del 70-80% costringendoci all’importazione.
Così arriva dalla Spagna, dalla Grecia, dalla Francia, con le dimensioni commerciali adatte, perché lì i controlli sono effettivi.
Perché avviene tutto ciò?
Agli alti livelli non c’è gente che faccia il pescatore e capisca di mare, di pesce e di zone. I politici a Roma fanno leggi sbagliate. Poi non si mettono d’accordo tra le varie zone di pesca. Il fermo scelto per la nostra parte di Ionio è sbagliato. Adesso sta nascendo il pesce e bisognava fermarsi ora.
Le cozze di Taranto, allevate nel Mar Piccolo,
avevano la particolarità di usufruire dei citri,
sorgenti d'acqua dolce in mare
A Marina di Ginosa le paranze pescavano sotto costa a strascico a meno di duecento metri   il 5 Luglio scorso……
Arriva infatti sui mercati pesce di taglia piccola e tantissimo se ne ributta  a mare.
Non si può far niente?
Per quello che ho capito io potrebbe essere una questione di Iva, col pesce importato difficilmente può essere evasa.
Ma in realtà non sappiamo quello che succede, come per le cozze di Taranto. Se c’era la diossina perché ce le hanno fatte mangiare per 40 anni? Ora si sente di questo progetto di un parco divertimenti sul Mar Piccolo….
Ma perché espropriare quella settantina di coltivatori di cozze, che pure sanno fare bene il loro mestiere, con una tradizione antichissima. Non hanno licenze, concessioni, ma sanno lavorare. Ci sono riusciti a sfrattarli. Cosa faranno ora, andranno all'Ilva?
Qual è la provenienza del suo pesce ora?
Il 60% è locale, il 20% surgelato e il 20% è importazione. Ma la tendenza è andare sul pesce surgelato o d’importazione.
Se però andiamo di questo passo, tra 7 o 8 anni, il pesce locale sarà pochissimo e avrà costi esorbitanti. Almeno 20 euro al chilo per mangiare pesce fresco.
Risultato l’80% della popolazione che non potrà permetterselo, mangerà male.
Trasportare un prodotto così deperibile non è semplice e costa, anche in termini ambientali. Ma ormai manca anche il pesce azzurro, che la tv continua a sponsorizzare.
E del pesce d’allevamento cosa mi dice?
Meglio tacere, qui veramente andiamo oltre. Ci sono acquacolture in regola ed altre meno. Ma la preferenza deve esser data al pesce locale. Perché rinunciare alla risorsa mare che può darci, volendo, tutto il pesce di cui abbiamo bisogno?

GINOSA OMG, PARTITO IL SECONDO CONTAINER PER IL PERU’

di Nicola NATALE
GINOSA - I volontari dell'OMG che hanno caricato il container partito da piazzale san pio 
I miracoli avvengono, non c’è dubbio. 
20 persone soprattutto giovani caricano sotto il sole cocente 262 quintali di viveri. 
Lavorano, assieme a molti altri, per mettere insieme i quattromila euro necessari a spedire un intero container dall’altra parte dell’Atlantico, in Perù. 
E’ successo a Ginosa, ieri, presso il piazzale San Pio, tradizionale luogo di raccolta degli alimenti dell’Operazione Mato Grosso. 
L’Omg è  il movimento fondato nel 1967 da Don Ugo de Censi che prova a ristabilire nei giovani la cultura della fatica e del donare, lo sforzo di imparare ad amare le persone. 
E’ partito infatti intorno alle 12:30 il container che arrivava già carico delle donazioni di Fasano. 
A Ginosa intanto erano conservate anche le donazioni provenienti da Laterza, Gioia del Colle e Montescaglioso, frutto della generosità di chi uscendo dal supermercato incontra questi “benefici picchetti”. 
Ma i giovani dell’Omg non chiedono solo, fanno lavori in campagna, dalla raccolta delle castagne alla stesa dei teli per i vigneti, dalla tinteggiatura delle case. 
E’ questo  il lavoro che ha consentito di mandare il secondo container del 2012, un altro era partito ad aprile sempre da Ginosa. 
I ragazzi dell'OMG di Ginosa.
Primo da sx  Luigi Cremis che dice "ci si può opporre all'egoismo come sistema di vita"
Qui ormai si è costituito un vero nucleo attivo grazie anche allo straordinario esempio di Don Luigi Cremis e Michele Calabrese. 
Entrambi amatissimi dai ragazzi che vedono in loro quella concretezza e quella gratuità del dare, quasi impossibile da trovare altrove. Entrambi con una storia particolarissima alle spalle. 
Don Luigi Cremis, geologo, vincitore di una borsa di studio -  la prestigiosa Fulbright -  che lo condusse negli Stati Uniti da dove poi, scendendo verso il cuore del continente, in America Latina, conobbe l’OMG e Don Ugo: una folgorazione. 
Non meno bella la storia di Michele che dopo aver fatto il carrozziere e gestito per anni un noto locale di Ginosa decise che la vita con l’Omg aveva sicuramente più contenuto. 
E’ lui il responsabile delle raccolte di viveri davvero copiose che arrivano da questa parte della Puglia. Il container carico di pacchi di pasta, farina, zucchero e ogni altro genere di scatolame è partito alla volta del porto di Napoli. 
Dopo un mese di navigazione arriverà  a Lima per essere distribuito nelle circa 90 missioni che aspettano questo carico di solidarietà e speranza. 
Con il suo solito tono ironico ed insieme severo Cremis dice: “la crisi è qui, con l’imu sulla seconda casa, il cellulare che deve essere cambiato.” 
In Perù - continua don Luigi - nelle zone interne delle Ande  i poveri sono rimasti tali,  nel far questo nessuno deve guadagnarci poiché i poveri non possono pagare”.

PIAZZA IV NOVEMBRE: LA CENTRALISSIMA PIAZZA DEL COMUNE DI GINOSA ?


LETTERE AL DIRETTORE

Ginosa Piazza IV Novembre durante le feste Patronali di fine Aprile
Per l’estate 2012,  è “la centralissima piazza del Comune” ovvero Piazza IV Novembre il luogo scelto per le manifestazioni realizzate dalle Associazioni con finanziamento comunale
Ma nel preparare il calendario pare sia sfuggito a tutti lo stato di abbandono della Piazza. 
Ad iniziare dalle grate poste sotto le palme divenute trappole. 
La maggior parte dei cordoli in pietra ha avuto un cedimento e le grate non formano più  un piano di calpestio orizzontale, l’insieme è sconnesso e si rischia continuamente di inciampare. 
Vicino al tronco delle palme molte delle quali aggredite dal punteruolo rosso, tubi corrugati da cui fuoriescono cavi d’acciaio e di corrente. 
Arredo o marketing? Cosa s’aspetta a interrarli in attesa dei lavori che li riguardano? Dobbiamo presumere che il collaudo sia stato fatto senza verificare lo stato dei luoghi?
Le grate che pure consentono alle aiuole di non essere calpestate 
Va detto inoltre che il Comune di Ginosa è tra i pochi in Italia,  tutt’ora sprovvisto di una polizza per i danni derivanti da mancata manutenzione della rete stradale comunale e degli spazi pubblici del centro urbano.
 Poi l’illuminazione. 
La …. centralissima piazza del  Comune…., corredata di 50 lampade, poste su 20 lampioni, è, all’insaputa dei cittadini, da mesi sede di un esperimento di risparmio energetico. 
Infatti 20 di quelle 50 lampade sono attualmente spente. 
Ossia il 40% della pubblica illuminazione della piazza da molti mesi è in attesa di un intervento di manutenzione. 
Ma Ginosa, evidentemente, non vale la borgata. 
De Palma attentissimo per l’immagine del Parco marinese è oltremodo distratto per…… la centralissima piazza del Comune. 
E quindi lecito chiedere al consigliere delegato all’arredo urbano Mario Toma e a quello al Marketing Giacomo: “a quali arredi e a quale marketing  si è pensato nei momenti di programmazione delle manifestazioni nella centralissima piazza del Comune”? 
Sono in tanti a pensare che una…. centralissima Piazza del Comune per metà al buio, con numerose situazioni di pericolo sul piano di calpestio, non sia assolutamente un buon biglietto da visita per turisti (?) per emigrati in ferie al paesello. 
Il pensiero va alle nuove generazioni, in particolare ai bambini, protagonisti di tante scorribande serali sulla Villa, che sono indotti ad abituarsi a queste e ad altre situazioni di degrado, prolungato nel tempo, frutto di deliberato e condiviso pressapochismo di maggioranza ed opposizione vecchia e nuova. I ginosini non pensano ad avere …..la Luna nel pozzo ma solamente il minimo della decenza. 
I ginosini, pazienti e memori, attendono la fine di questi veri e propri spettacoli di mancata responsabilità civica e politica.

Peppino Pirrazzo

Piazza IV Novembre e Piazza Marconi hanno un progetto di rifacimento per 900.000 euro. Al momento non si conosce ancora la data di affidamento del cantiere e di partenza dei lavori. Rimandiamo per questo alle interviste fatte a Giugno 2012 e Settembre 2011 al sindaco De Palma con i link qui sotto:
http://ginosanews.blogspot.it/2012/06/de-palma-volevamo-salvare-la-prima-casa.html
http://ginosanews.blogspot.it/2011/09/ginosa-circonvallazione-sud-pronta.html


lunedì 30 luglio 2012

LATERZA, LA CURVET A RISCHIO. 40 ALTRE FAMIGLIE CON L'ACQUA ALLA GOLA.

di Nicola NATALE
Gli operai Curvet intervistati da Massimiliano Doro, giornalista di Net-unoTV

Non ci stanno gli operai della Curvet di Laterza ad essere dimenticati. 
Non ci stanno soprattutto perché la loro fabbrica, nata appena nel 2004 con fondi della legge 181, rischia già di diventare una cattedrale del deserto. 
Loro sono in 40, ma la disillusione serpeggia e con questa la sensazione di non essere correttamente seguiti dalla politica, almeno da quella che conta. 
Si dicono invece soddisfatti di come la task force della Regione Puglia stia seguendo l’evolversi della loro vertenza. 
Ora c’è la presenza di una new.co., una nuova cordata di investitori il cui rappresentante è di Manduria che vorrebbe affittare lo stabilimento, ma di cui non si conosce esattamente l’affidabilità. 
Senza contare che i nuovi soggetti devono comunque raggiungere un accordo con la casa madre Curvet, proprietaria dello stabilimento e dei macchinari, desolatamente fermi nello stabilimento avveniristico sito in contrada Madonna delle Grazie.
La vertenza Curvet è un modello esemplare di come tanti stabilimenti al sud siano stati azzoppati volutamente, avendo mente e cuore commerciale nella casa madre, essendo appunto delle mere filiali operative, senza alcuna autonomia. 
La vicenda è resa particolare dal fatto che il loro prodotto, il vetro curvo di grandi dimensioni, sia richiestissimo sui mercati. 
Per alcune lavorazioni la Curvet è praticamente unica in Europa. 
Tuttavia la strategia perseguita dalla casa madre, le difficoltà finanziarie seguite ad uno sviluppo e delocalizzazione troppo veloci cui è seguita la grande crisi, hanno tagliato gradualmente le gambe allo stabilimento laertino. Che non è riuscito nemmeno a pagare nemmeno le forniture elettriche.
Un destino, dicono gli operai,  che avrebbero potuto evitare grazie alle commesse locali. 
Invece la priorità è stata sempre data alle commesse svolte per la casa madre e quasi mai ripagate.  
Così lo stabilimento che avrebbe potuto tranquillamente andare in attivo  ha iniziato "magicamente" a non essere remunerativo. E pensare che si lavorava addirittura su tre turni. 
Il punto ora è consentire anche a loro di continuare la cassa integrazione e non arrivare alla mobilità.  Mobilità che è l'obiettivo sia della proprietà per interrompere ogni rapporto lavorativo e conseguentemente ogni obbligo,  sia dei presunti nuovi investitori che usufruirebbero delle agevolazioni di legge per aver riassunto operai di fatto disoccupati.
Nel frattempo la situazione è peggiorata. I 40 della Curvet  non ricevono da due mesi i loro ratei e la situazione si fa sempre più incandescente. 
Spunta anche la proposta di far diventare autonoma la Curvet di Laterza dalla azienda madre di Colbordolo in provincia di Pesaro. 
Buona possibilità a quanto pare ostacolata dalla stessa casa madre che difficilmente consentirebbe l’apertura di una concorrente diretta, sia pure in un mercato molto vasto. Anche perché è la legittima proprietaria di stabilimenti e macchinari. 
Paradossalmente Invitalia - e per esteso lo Stato - non ha nessuno strumento giuridico realmente operativo per controllare l'adeguatezza degli investimenti fatti rispetto ai capitali finanziati e chiederne la restituzione sotto forma di stabilimento e macchinari in caso di fallimento della prospettiva occupazionale.
C’è anche qui ancora bisogno di almeno un anno di cassa integrazione straordinaria. 
Al momento è l’unica soluzione possibile per non dare un altro micidiale colpo all’economia locale.

domenica 29 luglio 2012

LATERZA. II° FESTIVAL DELLA PIZZA, dal 30 Luglio al 1° Agosto

di Nicola NATALE
Da sx Gianfranco Lopane e Giuseppe Matera, presidente apel
Confermato per il 2° anno il Festival della Pizza a Laterza. 
Le serate diventano addirittura tre, da Lunedì 30 Luglio a Mercoledì 1° agosto e saranno serviti anche primi piatti locali, come le orecchiette. Parteciperanno nell’ordine i Terraross, pizziche e canti popolari, i Gentlemen Rock ed infine la cover band White Queen. Inutile dire di chi. 
Lo scenario è sempre quello di Piazza Vittorio Emanuele, in pieno centro, ma aumenta l’area occupata - fin dalle venti - che andrà dalla rotonda fino alla piazzetta antistante il Palazzo Marchesale. Il festival è il risultato dell’associazione tra 15 operatori che hanno fondato, su impulso dell’amministrazione comunale, l’A.p.e.l., associazione pizzaioli enogastronomici laertini. 
Degno di nota il loro schema operativo perché negli incontri settimanali non solo si consolida la collaborazione, ma si discute della qualità degli ingredienti e della loro provenienza dal territorio. 
Dice Giuseppe Matera, presidente dell’associazione: “tutto questo ha prodotto già un primo risultato, l’innalzamento della qualità media della pizza laertina”. 
Interessantissimo il discorso sulla provenienza degli ingredienti: non c’è dubbio che ricostituendo davvero il circolo virtuoso delle produzioni locali e magari addirittura facendole risorgere, c’è il modo di invertire il trend dell’economia locale. 
Non è un caso che il Gal (gruppo d’azione locale) Luoghi del Mito abbia dato il suo patrocinio alle Serate del Gusto, in cui, oltre alla pizza, saranno ricompresi pane, focacce e la celeberrima carne al fornello. 
Tutti prodotti per cui la gastronomia laertina è diventata famosa e ricercata. 
Soddisfatto il sindaco Gianfranco Lopane che annuncia anche la presenza di un bus navetta e di parcheggi di scambio segnalati  per chi proviene dalle tre vie di accesso alla città, sede del parco delle Gravine, vale a dire dalla strada per Ginosa, da quella per Castellaneta ed infine da quella per Santeramo. “E’ un segno della qualità organizzativa dei nostri eventi che dà ai turisti la possibilità di arrivare ed andarsene o in tutta tranquillità e senza lo stress del parcheggio”.

sabato 28 luglio 2012

LATERZA DALLA PROGEVA ANCORA PUZZE. TARDANO I LAVORI DI ADEGUAMENTO


di Nicola NATALE
Un particolare della stabilimento Progeva di Laterza
Due immagini contrastanti. 
Da un lato la gastronomia più vicina al territorio, dall’altro la puzza più urtante. 
E’ Laterza, comune di quindicimila abitanti che punta tutto sul pane formidabile, sulla carne al fornello, sulla Gravina più profonda e selvaggia, ma installa a pochi passi dalla città la Progeva, che raccoglie rifiuti organici non pericolosi e li trasforma in fertilizzanti. 
Non si può in effetti rinunciare a niente negli anni della disoccupazione galoppante, ma quello della Progeva, attiva fin dal 2006, rischia di essere il muro su cui si infrange la sbandierata volontà di costituire un’economia del turismo. 
E’ vero d’altra parte che raccogliere la frazione umida proveniente dalla raccolta differenziata è a sua volta un’operazione altamente sostenibile ed indifferibile,  tuttavia è insostenibile la puzza con la quale convivono i laertini e gli ospiti della cittadina pre- murgiana.  
Proprietà e direzione della Progeva
Il Sindaco Gianfranco Lopane ha avviato uno stretto contatto con l’azienda pur specificando che gli investimenti di adeguamento non avrebberopotuto essere realizzati in pochi mesi. 
Si tratta di  munirsi di biofiltri potentissimi e di coprire ed isolare le superfici nelle quali avviene il processo di decomposizione.
Ma le emissioni odorigene, continuano ad arrivare a zaffate portate dal vento di tramontana e in relazione al tipo di rifiuto organico trattato. 
L’anno scorso proprio durante la sagra dell’arrosto ci furono zaffate e questo provocò il rinfocolarsi delle polemiche. 
La pazienza dei laertini potrebbe arrivare al culmine, anche se l’azienda occupa 15 dipendenti e nessuno vuole metterne in pericolo il futuro. 
Tuttavia così continuando si mina fortemente la credibilità del percorso di economia alternativa scelto da Laterza.
 L’azienda Progeva fondata dalla biologa Lella Miccolis, originaria di Noci è stata finanziata da Invitalia. E’ una delle poche al sud ad occuparsi del recupero dei rifiuti organici e della loro trasformazione in fertilizzanti. 
Il suo amministratore unico è Marino Mongelli ed è con lui che l’Amministrazione Comunale ha attuato un tavolo tecnico ancora troppo lontano dal fornire risultati apprezzabili.

MARINA DI GINOSA, PRONTEZZA DI BAYWATCH SALVA UN UOMO


di Nicola NATALE
Penultima da sx l'autrice del salvataggio Federica Sorrenti
Si ricorderà per sempre di Marina di Ginosa Marcello Puccini da Roma. 
Perché nel suo mare ha rischiato di annegare e sulla sua spiaggia è stato salvato grazie alla prontezza del servizio di salvataggio. 
Il bagnino comunale Federica Sorrenti ha notato in tempo che qualcosa non andava nei movimenti di quell’uomo in mare. Subito dopo lo ha visto chiedere aiuto. 
Non c’era tempo da perdere, allertato il gommone di salvataggio, si è immediatamente tuffata in mare. 
Il signor Puccini, colto da crampi alle gambe, iniziava a bere. 
La baywatch Federica, seguendo le manovre provate tante volte e tranquillizzando il malcapitato, è riuscita a mantenere a galla il malcapitato, fino all’arrivo del gommone guidato dagli operatori Zicari e Tonni. 
Al paziente -  trasportato immediatamente a riva di Porto Canale, grazie ad una rapida diagnosi del dott. Ennio Volpe che gli ha riscontrato problemi cardio-respiratori - è stato somministrato ossigeno. 
Dopo un pò il paziente si è ristabilito e ha ringraziato tutti abbracciando moglie figli. 
E pensare che si era allontanato solo per raggiungere un pallone. 
Sul posto è arrivato l’assessore al Turismo del comune di Ginosa Leonardo Galante che si è complimentato con il dott. Volpe, con Franco Orfino, dipendente comunale e naturalmente con i bagnini comunali per aver salvato una vita umana.

venerdì 27 luglio 2012

COS'E', COME FUNZIONA L'ILVA DI TARANTO


di Salvatore Romeo

Cortei di protesta dei dipendenti ILVA di Taranto

Le battaglie che si stanno combattendo a Taranto in queste ore investono diversi piani. 
Fra i tanti ve n’è uno che merita di essere sottolineato per l’importanza generale che riveste. 
E’ la battaglia fra Stato di diritto e “turbocapitalismo”. 
Per quindici anni, da quando la si è consegnata alla proprietà privata della famiglia Riva, ILVA è stata quasi un territorio ex lege.
I nuovi “padroni delle ferriere” – mai definizione fu più opportuna – hanno imposto una disciplina ferrea in ogni ambito della vita di stabilimento, azzerando la linea del comando per concentrare nelle proprie mani l’intero potere su uomini e macchine; estromettendo i rappresentanti dei lavoratori dalle decisioni strategiche; portando i ritmi di produzione a livelli elevatissimi.
Per imporre la loro autorità non hanno esitato a ricorrere a forme di vero e proprio mobbing, come nel caso della “palazzina LAF”: l’edificio a cui erano destinati – e lì costretti a passare intere giornate senza far nulla – i lavoratori invisi alla direzione. Quella vicenda – conclusasi con la condanna dei vertici dell’azienda e di alcuni preposti – ancora oggi è considerata il caso più grave di mobbing mai accaduto nel nostro paese.
La ristrutturazione ha consentito al siderurgico di Taranto di diventare la base di un complesso produttivo che ha le sue punte nei laminatoi a freddo di Genova e Novi Ligure. 

Fino al 2005 in realtà anche lo stabilimento genovese produceva ghisa e acciaio, ma un’inchiesta della magistratura sull’inquinamento offrì all’azienda l’opportunità di realizzare un progetto che già la proprietà pubblica coltivava da tempo: concentrare a Taranto l’intera produzione di base (fino ai laminati a caldo), destinando i semilavorati di questo stabilimento ai due centri del Nord per la rifinitura e quindi la spedizione ai nuclei di consumo nazionali ed esteri.

Un’idea brillante dal punto di vista industriale e condotta con la massima abnegazione. I ritmi a Taranto si fanno intensissimi e nel 2006 viene toccato il record storico della produzione: oltre 10 milioni di ton. d’acciaio, un terzo della produzione nazionale. A farne le spese però sono soprattutto i lavoratori: le “morti bianche” sono 41 fra 1993 e 2007, di cui circa il 20% nel solo biennio 2005-2007.

Alla base di questa nefasta tendenza c’è anche l’esasperato turn over realizzato dall’azienda da inizio decennio: al pensionamento dei padri si offre la possibilità ai figli maschi di subentrare con contratti di formazione lavoro (tre anni rinnovabili a tempo indeterminato).

L’età media degli addetti viene così rapidamente abbattuta (ancora oggi si aggira attorno ai 35 anni), con vantaggi significativi per l’azienda in termini di costo del lavoro – con l’anzianità maturata i “padri” costavano infatti molto di più dei nuovi assunti –, ma con ripercussioni pesanti sulle condizioni di sicurezza: l’inesperienza dei giovani lavoratori e l’intensificazione dei ritmi produttivi costituiscono spesso un mix letale.
Il tentativo di perseguire livelli d’efficienza produttiva fino ad allora ineguagliati induce anche un altro “effetto collaterale”: la sistematica sottovalutazione delle conseguenze ambientali del processo produttivo. 
Sin dal 2001 emerge il problema del benzo(a)pirene, un pericolosissimo cangerogeno emesso dalle cokerie; il sindaco di Taranto (allora la forzista Rossana Di Bello) ordina persino la sostituzione degli impianti, ma la mediazione che ne consegue porta soltanto al “rivampaggio” (in gergo siderurgico, “ammodernamento”) delle vecchie batterie.

Contestualmente, presso un altro centro siderurgico a ciclo integrale, a Duisburg – nell’area della Ruhr – si inaugura una cokeria del tutto nuova, che ha consentito un abbattimento delle emissioni ben al di sotto della soglia di pericolo di 1 nanogrammo/metro cubo. A Taranto invece ancora nel 2011 si registra uno sforamento di quel parametro.

Una situazione diversa sembrerebbe riguardare invece la diossina: le rilevazioni più recenti segnalano un livello di 0,2 nanogrammi/metro cubo, inferiori alla soglia di 0,4 sancita dalla legge regionale del 2007; ma i campionamenti da cui è stato ricavato il dato riguardano soltanto tre su trecentosessantacinque giorni in cui lo stabilimento marcia a ritmi tutt’altro che omogenei.
A indicare la vera misura dell’impegno di ILVA in campo ambientale sono piuttosto gli agghiaccianti risultati delle perizie su cui si basa il provvedimento di sequestro emesso dal GIP Patrizia Todisco. 
In quella chimica si rileva che all’interno dello stabilimento non vengono presi tutti i provvedimenti atti ad evitare l’emissione di sostanze letali ed è stigmatizzato il mancato utilizzo del campionamento in continuo per gli impianti che generano le sostanze più pericolose.
In quella epidemiologica, gli esperti incaricati dal Tribunale affermano invece che “nei 13 anni di osservazione [fino al 2010, ndr] sono attribuibili alle emissioni industriali 386 decessi totali (30 per anno), ovvero l’1.4% della mortalità totale, la gran parte per cause cardiache.
Sono altresì attribuibili 237 casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno), 247 eventi coronarici con ricorso al ricovero (19 per anno), 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) in gran parte nella popolazione di età pediatrica, 638 casi totali, 49 per anno”.
Ovviamente ad essere più colpiti risultano i lavoratori ILVA e gli abitanti dei quartieri operai a ridosso della fabbrica (Tamburi e Paolo VI). 
Verrebbe da dire… un inquinamento di classe. 
Alla luce di queste risultanze lo scorso 15 marzo lo stesso Ministro dell’Ambiente in carica, Corrado Clini, è stato costretto a revocare l’Autorizzazione Integrata Ambientale (il certificato senza il quale nessuna unità produttiva ad elevato impatto ambientale può operare su territorio europeo) concessa allo stabilimento solo sette mesi prima (con un ritardo di quattro anni).
Il risultato della radicale ristrutturazione aziendale e del mancato adeguamento alle tecniche di prevenzione ambientale nel caso di ILVA è immediatamente quantificabile in profitti da capogiro: la punta più alta ILVA la raggiunge nel 2007, con un utile pari a circa 900 milioni di Euro.
Ha dunque pienamente ragione il GIP quando nell’ordinanza di sequestro scrive che “chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le piu’ elementari regole di sicurezza”. 
Questa, in attesa che diventi una verità giudiziaria, deve già essere considerata una verità storica.
La magistratura è dunque intervenuta, facendo seguito all’obbligatorietà dell’azione penale, per riaffermare le ragioni dello Stato di diritto, che individua precisi limiti alle attività produttive. Nel condurre queste ultime infatti la logica del profitto non può essere anteposta a tutte le altre esigenze dell’essere umano e dell’ambiente naturale. Questo almeno è quello che proclama la nostra Costituzione. La storia recente di ILVA invece è una brutta storia di liberismo all’italiana, in cui si è lasciato che l’impresa facesse i propri comodi considerando lavoratori e risorse naturali meri fattori del processo di produzione.
Ma è al limite dell’assurdo che lo Stato di diritto venga difeso soltanto da uno dei suoi poteri. Il legislativo e l’esecutivo possono essere considerati infatti una parte del problema. In questi quindici anni la gravità della situazione tarantina si è fatta sempre più chiara, ma gli interventi politici sono rimasti vaghi, quando non accondiscendenti. Si è fatto cenno alla vicenda delle cokerie e della legge regionale sulla diossina, come al pastrocchio della concessione dell’AIA.
Per un periodo di tempo incredibilmente lungo la politica tutta ha creduto che ILVA vivesse in uno stato di sospensione del diritto. La magistratura ha interrotto il sogno, ma ha spalancato davanti ai nostri occhi un incubo. ILVA infatti non è “soltanto” 13 mila lavoratori (fra diretti e dipendenti dell’indotto) che ora rischiano il posto; e non è neanche solamente una città e una provincia che scivolerebbero così nel baratro.
ILVA è una parte fondamentale della siderurgia italiana; e la siderurgia, piaccia o meno, resta un pezzo indispensabile per un sistema produttivo moderno. Viene da chiedersi allora perché in altri grandi paesi – Germania (che è il primo produttore europeo d’acciaio, con il doppio della produzione italiana) Francia, Olanda ecc. – si sia riusciti a trasformare stabilimenti analoghi per renderli compatibili con la vita umana e dell’intero ecosistema circostante e in Italia questo non lo si possa fare, mettendo così a repentaglio la tenuta dell’intera economia nazionale.
Ci troviamo dunque davanti a un bivio. Da una parte, se il siderurgico di Taranto dovesse chiudere il nostro paese accuserebbe un colpo tremendo: il processo di de-industrializzazione già in atto subirebbe un’accelerazione imprevedibile, che rischierebbe di renderci sempre più dipendenti dalle grandi economie del Nord Europa (Germania in testa).
D’altra parte, qualunque forzatura dovesse essere tentata nei confronti della magistratura aggraverebbe un’ulteriore tendenza degenerativa specifica di questa fase: la destrutturazione della democrazia repubblicana sancita dalla Costituzione. Per salvare la democrazia e l’economia nazionale o si trova un accordo con l’azienda per rimuovere le cause strutturali dell’inquinamento o è necessario che lo Stato si assuma le proprie responsabilità.
Qualche giorno fa Paolo Bricco, parlando del “caso Taranto” dalle colonne del Sole 24 Ore, sosteneva che “nessuno prova anti-storiche nostalgie per Oscar Sinigaglia”. Si farebbe bene invece ad essere nostalgici eccome di quella grande figura di capitano d’industria, che nell’immediato dopoguerra, di fronte all’opposizione dei siderurgici privati (e della Confindustria in generale), difese l’intervento dello Stato nel settore motivandolo col suo carattere strategico e con l’incapacità dei privati ad assolvere a quel compito.
La Storia ha dato ragione a Sinigaglia, perché senza la siderurgia pubblica non avremmo avuto il boom economico. Di tanto in tanto i nostri gruppi dirigenti potrebbero anche ergersi sulle spalle dei loro predecessori per compensare il loro cronico nanismo.

SEQUESTRO DELL'ILVA. LE CONSEGUENZE PER TARANTO E PROVINCIA



CHIUSURA DELL’ILVA, LE REAZIONI IN PROVINCIA
di Nicola NATALE
Possibile chiusura dell’area a caldo dell’acciaieria Ilva. 
La notizia ha avuto un impatto fortissimo in tutta la provincia poiché gran parte dei suoi residenti sono stati lavoratori italsider. 
Un discreto numero lavora ancora oggi in acciaieria, si parla di un centinaio solo a Ginosa. 
I bus del consorzio trasporti che trasportano all’area industriale si sono andati lentamente svuotando ma molti preferiscono andare in macchina al lavoro.
Ad oggi le pensioni alimentano di fatto l’economia locale, stretta tra la crisi gravissima dell’agricoltura ed il turismo che non è ancora in grado - per numeri e qualità - di costituire un’alternativa possibile. 
Con il grande vuoto lasciato dalla Miroglio, la fabbrica tessile che aveva costituito un rifugio dalla disoccupazione e dal precariato per 224 dipendenti. 
Tiene ancora la Nurith, azienda locale di infissi, l’unica ad avere un mercato di riferimento nazionale. Ginosa, Laterza, Castellaneta, Palagiano, Palagianello, Massafra, tutto il versante occidentale è stato fino a pochi anni fa profondamente immerso nella monocultura dell’acciaio. 
Spiccano ancora in molti centri, i circoli dopolavoro Italsider, retaggio del tempo che fu. La monocultura del siderurgico si era mischiata alla precedente cultura agricola dando vita alla famosa figura dei metal-mezzadri. 
I ritmi della fabbrica consentivano a molti di coltivare i terreni, dando vita ad un benessere economico che si tramutò subito nelle seconde case al mare. 
Non va disconosciuto il fatto che la tenuta economica della provincia è dovuta al fatto che sono tantissimi ancora i pensionati residenti che non hanno seguito i figli nella fuga al nord o all’estero, come ora sta accadendo sempre più spesso. 
Non è stata costruita nessuna alternativa valida, non ce la siamo costruita o in alcuni casi ci è stato impedito di realizzarla.
D'altra parte ci si doveva aspettare che uno stabilimento vecchio di 50 anni prima o poi dovesse essere quantomeno ristrutturato e rinunciare per un certo tempo alla produzione. 
Tra le  città che hanno avuto un’acciaieria,  pochissime ci hanno ritentato. Avìles e Bilbao in Spagna si sono date al turismo, agli eventi ed ai poli culturali, Pittsburgh in America ha saputo realizzare con gli investimenti dei privati una nuova economia basato sulla tecnologia, sull’università che conduce ricerche avanzate. 
Qual è il modello per Taranto e la sua provincia? 
E’ la storia che cambia, unita al rumore sinistro dell’accorpamento delle province, del taglio dei reparti sanitari, della scomparsa di un certo modo di intendere lo stato. 
Non è un’azienda privata che chiude, tantissime sono chiuse provocando cumulativamente una disoccupazione maggiore in termini numerici, anche più grave di quella che improvvisamente si aprirebbe per l’llva, ma un simbolo. E i simboli sono dannatamente importanti. 

giovedì 26 luglio 2012

BASTA CON INCURIA E MARCIAPIEDI ROTTI, PROTESTANO I CITTADINI


Ginosa - Viale Palatrasio

Viale Palatrasio abbandonato. Protestano i cittadini contro l’incuria in cui viene lasciato l’unico viale alberato di Ginosa. Chiedono che la strada sia spazzata regolarmente come da contratto e che vengano ripristinati i marciapiedi costruiti con aiuole troppo piccole per il tipo di alberi impiantato. 
Gli alberi, con il loro polline particolare, hanno creato un effetto neve in Giugno lasciando sui marciapiedi una fitta coltre non rimossa.

mercoledì 25 luglio 2012

MARINA DI GINOSA: SI RISPONDE ALLA CRISI ANCHE CON LA BIO-DINAMICA

di Nicola NATALE
L’agricoltura biodinamica inizia a farsi largo anche a Marina di  Ginosa. 
Vale a dire la coltivazione in assenza di concimi ed antiparassitari seguendo i metodi di Rudolf Steiner, uno studioso austriaco vissuto tra il 1800 ed il 1925.  
Domenica scorsa manifestazione in piazza San Pio con titolo significativo: “Biodinamica attiva la vita” organizzata dall’associazione culturale Le Ali. 
L’associazione è nata per dare risposte sul piano pratico alla crisi.  Oltre alla consulenze offerte ai soci da parte di professionisti – ne ha parlato l’avvocato Maria De Santo - l’associazione non rinuncia ad occuparsi del fabbisogno alimentare e soprattutto della sua qualità. 
L’iniziativa ha coinvolto con giochi i bambini e degustazioni e spiegazioni agli adulti del metodo e dei prodotti provienienti da agricoltura. 
Gli stessi prodotti che sono acquistabili con un gruppo di acquisto contattando direttamente il produttori attraverso il sito dell’associazione, le alimarinadiginosa.it.  
L’agricoltura biodinamica abbassa l’impronta ecologica dei prodotti consumati (cioè di quanta superfice abbiamo bisogno per produrli e smaltirli) e riattiva il ciclo virtuoso dell’economia a chilometro zero:  una scelta non autarchica, ma di buon senso. 
Massimo Castria, cons. comunale lista inglese
Così Massimo Castria, consigliere comunale e socio fondatore dell’associazione: “desideriamo che i nostri figli si nutrano dei prodotti stagionali partendo dal principio che, se la natura in un dato momento dell’anno ci dà dei prodotti è perché di quello abbiamo bisogno in quel momento”.
Conclude la presidente Carmela Di Lecce: “il nostro intento è promuovere e sviluppare il territorio che ci ospita valorizzando le risorse turistiche, produttive e ambientali che lo caratterizzano”. 
Come si vede dunque grande voglia di ripresa e di rinascita, partendo proprio dalla base. 
Dopo le prime esperienze di Nicola Del Giudice, uno dei primi a riconvertire la sua azienda agricola al metodo di coltivazione biodinamico, inizia una vera e propria fase di divulgazione finora assente. Va detto che Steiner diffuse in molteplici campi il suo approccio, non ultimo quello pedagogico.

domenica 22 luglio 2012

LATERZA E LA CACCIA AL CINGHIALE domenica 22 luglio - 12 Agosto 2012


di Nicola NATALE
da sx i due organizzatori Felice De Vietro Domenico Rizzi, il sindaco Gianfranco Lopane, il cons. Leonardo Matera
Prosegue la stagione culturale laertina. Giovedì scorso la proiezione all’interno del Palazzo Marchesale di “Risorse Umane” a cura del consigliere Leonardo Matera e ieri conferenza stampa per presentare la Iª edizione della Caccia al cinghiale con falconiere, una rievocazione storica. La rievocazione, realizzata a cura dell’associazione “Studio e ricerca storica delle maioliche in Terra d’Otranto”, sarà rappresentata alle venti di domenica 22 Luglio e in replica il 12 Agosto alla stessa ora. Naturalmente sarà presente nel borgo antico un percorso enogastronomico. Il nome dell’associazione aiuta a capire il retroterra storico che fa da base all’idea. Infatti la rappresentazione storica prende le mosse da un grande piatto di maiolica del 1670 delle “fabbriche di Laterza” presumibilmente realizzato dalla bottega del maestro Lorenzo Gallo in cui è raffigurata una scena di caccia con falconiere. Di qui l’idea maturata e realizzata da Felice De Vietro e Domenico Rizzi che hanno immaginato per la rievocazione il ritorno del marchese a Palazzo dopo la battuta di caccia dove lo attendono la marchesa e il resto del popolo. Gli abiti dei figuranti realizzati sono stati realizzati ispirandosi  a quelli rappresentati nel piatto, e recuperando anche quelli realizzati dalla pro loco nel 2007 in occasione di altra rievocazione storica.  Nella corte interna al Palazzo sarà anche allestita una mostra di maioliche dell’artista Lina Marilli, del prof. Vincenzo Passarelli e di alcuni loro allievi.  Tutte le iniziative culturali - cui ha lavorato alacremente il consigliere Leonardo Matera -  hanno come fulcro il Palazzo Marchesale, oggetto di un paziente e costoso rifacimento che ha portato a risultati notevoli e muove progetti ambiziosi. Alla conferenza presente anche il Sindaco Gianfranco Lopane che ha promesso qualche sorpresa nelle serate programmate.

BIVACCHI IN PINETA: VIDEO CHOC DI DENUNCIA

di Nicola NATALE
Marina di Ginosa, la Pineta Regina lungo viale Trieste come si presenta dopo l'incendio del 17 e 18 Luglio 2012
Video choc  sulla presenza di rifugi illegali nella pineta Regina. 
Fonti non anonime - ma che hanno preferito il riserbo - lo hanno consegnato alla redazione di NET Uno TV, la web tv seguitissima fondata a Marina di Ginosa grazie all'intraprendenza di Massimiliano Doro.
Vi si vedono chiaramente tende, sanitari, tavoli, sedie, tutto quanto serve ad un soggiorno certo non temporaneo. Persino poster attaccati alle tende. Tutto questo fin dal Maggio 2011. 
Poi il video passa alle riprese fatte qualche giorno fa, in cui la situazione è praticamente immutata. Chiaro il riferimento, l'accusa alla sostanziale, presunta, tolleranza della sistemazione di fortuna: quella  è  pur sempre una zona battuta dal Corpo Forestale dello Stato che ha una propria base a Marina di Ginosa. Così come anche dagli uomini dell’ARIF, l’agenzia regionale per le attività irrigue e forestali.  
Una situazione anomala atteso che non è possibile campeggiare in pineta, figuriamoci prenderla a rifugio.
Tanto più che la pineta Regina è stata oggetto in questi anni di continui interventi finanziati dalla Regione Puglia proprio nella zona oggetto del maxi incendio di due giorni fa. 
Gli addetti avevano compiuto un lavoro esemplare di potatura degli eucalipti e di pulizia del sottobosco. Un lavoro che ha evitato danni ulteriori nei giorni neri del 17 e 18 Luglio. 
Allora perché consentire sistemazioni provvisorie?
Tanto vale fare in modo che la pineta sia battuta sempre da corridori ed amanti della natura ed oggetto finalmente di una "reale" politica di valorizzazione. Abitata dai marinesi e dai turisti.
Nel contempo va detto che manca o è spesso inadeguata una politica di accoglienza degli immigrati, peraltro osteggiata da alcuni italiani sulla base dell’assunto "prima noi".
Pochissimi italiani però devono ricorrere ad un alloggio di fortuna nella pineta.
D'altra parte l’identificazione e l’espulsione spesso sono solo foglietti di carta, mentre i rimpatri costano fior di quattrini.
Tuttavia da un alloggio di fortuna  non si può automaticamente desumere una qualche responsabilità diretta nel gravissimo incendio che ha fatto vivere due giorni di paura e rabbia a Marina di Ginosa. Quella rabbia si è subito appuntata subito verso gli stranieri, perlomeno in molti commenti apparsi su facebook. 
Il  numero di immigrati in questi anni è sensibilmente salito a Marina di Ginosa, ma non tutti accettano i nuovi arrivati.
Il video che net unotv ripropone potrebbe rinfocolare l’intolleranza verso l’immigrazione che ormai, come dappertutto, è un fatto acquisito.
Spicca centralissimo in viale Jonio il negozio che ostenta la bandiera del Bangladesh, un’altro è più in là, senza contare gli immancabili negozi cinesi. 
In aumento anche la popolazione dell’est che sogna una vita migliore trasferendosi in Italia. 
Ma spesso così non è, e quelle baracche stanno a dimostrarlo.
IL LINK AL SERVIZIO DI NETuno TV

giovedì 19 luglio 2012

MARINA DI GINOSA, ANCORA INCENDI ALLA PINETA REGINA. IL GIOIELLO INACCESSIBILE AL PUBBLICO

17 E 18 LUGLIO 2012 
I GIORNI NERI DI MARINA DI GINOSA 


MARINA DI GINOSA    DUE GIORNI DI INCENDI   SCATTA L’ACCUSA AGLI “STRANIERI”
di Nicola NATALE
I giorni neri di Marina di Ginosa.
Il 17 e il 18 Luglio 2012 saranno ricordati per il fuoco che ha divorato decine di ettari della Pineta Regina.
Già da martedì sera il fuoco aveva interessato l’area a sinistra di Viale Trieste, quello che si percorre arrivando a Marina di Ginosa, fermandosi dopo incessanti tentativi di spegnerlo ai limiti del canale di Mezzana. 
Il lungo intervento di vigili del fuoco e protezione civile aveva consentito (martedì) di limitare a circa 4 gli ettari andati in fumo, ma il vento di tramontana soffiando incessantemente ha poi fatto sì che l'incendio riprendesse, con proporzioni ed intensità devastanti.
I pini con le loro resine e pigne conservano la capacità di infiammarsi ancora per ore. 
Secondo l’assessore al turismo ed ambiente Leonardo Galante “se i soccorsi fossero arrivati in tempo i sette ettari non sarebbero bruciati”. 
Purtroppo non era possibile, data l’ora  - 19:53 - del famoso martedì,  consentire ai fire boss di alzarsi in volo per bloccare la possibilità di ripresa.
Il sindaco Vito De Palma aveva sollecitato alla Prefettura in quell’ora l’invio di mezzi e uomini. 
Intorno all'una, stando ai tempi del racconto fotografico che ne fa Galante arriva il Ser, arrivano i Vigili del Fuoco, la Forestale e gli uomini dell’ARIF, l’agenzia regionale pugliese per le attività irrigue e forestali da sempre impegnatissima nella salvaguardia della Pineta.
A fare il punto della situazione verso le diciotto di mercoledì 18 il consigliere ai lavori pubblici  Vincenzo Di Canio, mentre le fiamme sembrano finalmente domate: “gli aerei antincendio arrivati al mattino alle 7 avevano fatto qualche lancio per stabilizzare la situazione e prevenire un nuovo ritorno delle fiamme ma è stato inutile”. 

Alle 15 di mercoledì 18 Luglio il fuoco riprende vigore scavalcando la strada in terra battuta che si inoltra nella Pineta di proprietà regionale, non aperta al pubblico.
A quell'ora è il caos. 
Il Canale di Mezzana sembra non fare più da argine alle fiamme.
Il fuoco si propaga addirittura nei terreni privati al di là di Viale Trieste, dove sorgono numerose ville ed abitazioni. 
Circa 200 nel pomeriggio ed in serata secondo Di Canio gli uomini impegnati a vario titolo nello spegnimento delle fiamme, alcuni giunti anche con gli atomizzatori per i trattamenti. 
Un volontario ha un malore ma è ssubito soccorso dagli uomini del 118. 
Il fumo avvolgeva tutto, si nota in lontananza.  La concitazione, la paura  spingono molti ad abbandonare volontariamente le case, mentre qualcuno - comodamente via facebook - individua già negli extracomunitari i presunti responsabili dell’incendio. 
La Pineta Regina è utilizzata per sistemazioni provvisorie in attesa di tempi migliori e c’è chi dice di averli visti uscire dalla zona incendiata che è proprio a ridosso dal centro abitato. 
Tuttavia difficilmente qualcuno incendierebbe il proprio alloggio mentre, illazioni di questo tipo, alimentano razzismo e paure. 
Il fatto è  che i marinesi si sentono doppiamente espropriati della Pineta. 
Dalla Regione che non consente il libero accesso e dagli stranieri che evidentemente “fanno paura” con i loro bivacchi. 
Canadair, Fire Boss ed elicotteri della Marina Militare (SH3D e AB212) sono stati impegnanti fino a tarda sera nell'incendio che resterà una ennesima pagina nera nella storia di Marina di Ginosa.
Con danni economici e di immagine notevoli. 
Con lo strascico del sospetto sugli immigrati come su possibili speculatori o ignoti con altro movente. Nel pomeriggio del 18 Luglio, caratterizzato da un forte vento di tramontana un altro incendio ha interessato anche l’agro a ridosso dell’agriturismo Valle Rita, una delle eccellenze turistiche del territorio. 
Il verde ha molti nemici da queste parti, ma senza quello non si può nemmeno immaginare un turismo di qualità. 
Il mare potrebbe non bastare.




MARINA DI GINOSA, LA LUNGA STORIA DEL LUNGOMARE. Transazione da 45.000 euro

dal Quotidiano del 18 Luglio 2012
di Nicola NATALE
Marina di Ginosa, il tratto terminale del Lungomare con l'ingresso al Lido La Capannina
Lungomare Luigi Strada di Marina di Ginosa, il Comune di Ginosa potrebbe versare quarantacinquemila euro alla società la Capannina per chiudere un contenzioso che dura da 7 anni. 
Ma solo quando saranno eliminate tutte “le trascrizioni pregiudizievoli” cioè ipoteche, revoche, transazioni e cause pendenti. 
La più importante delle quali è “l’eventualità dell’acquisto a non domino” da parte della Capannina, cioè l’acquisto della proprietà senza che il venditore ne avesse giuridicamente titolo, per la quale vi è altra causa in corso.  
Fino ad allora la società permetterà a titolo gratuito l’utilizzo delle aree ormai interessate dalla sede viaria e dalle “rotonde”. 
Viceversa il Comune autorizzerà alla Capannina alcune attività commerciali su 3 rotonde.  
La transazione è stata firmata il 14 Giugno scorso, ma l’accordo sarà sottoposto all’approvazione del Consiglio Comunale. 
La storia del Lungomare di Marina di Ginosa è tutta scritta nell’assedio che quell’area ha subito nel corso degli anni. 
Il Lungomare è interrotto a destra dall’area militare di spettanza dell’Aeronautica ed a sinistra dalla presenza di altre aree private. 
Questo ha impedito ed impedisce di accedere facilmente  all’intero litorale marinese che si spinge a sinistra fino al resort Riva dei tessali. 
La Pineta Regina di proprietà regionale, dalla quale si potrebbe accedere, è attualmente chiusa al pubblico .
Va ricordato che lo stabilimento balneare la Capannina aveva acquisito quelle aree nel 2003 ottenendole dal disciolto Ersap l’Ente regionale sviluppo agricolo della Puglia. 
Prima ancora però un'altra società, l’Oasi Tour srl voleva realizzare un grosso progetto turistico - il plastico fu esposto per molti mesi - ma poi l’area e i manufatti esistenti passarono alla società La Capannina.
Nella causa intentata al Comune di Ginosa -  e a cui la transazione ha posto rimedio - la società chiedeva un risarcimento danni di duecentoquarantatremila euro per l’occupazione abusiva delle sue aree dal 2004 al 2007. 
La transazione stilata dall’avvocato Fabrizio Lofoco per conto del Comune di Ginosa è stata quindi sommamente prudente rispetto alla possibilità di una decisione sfavorevole all’ente pubblico. 
Intanto Marina di Ginosa continua ad avere un grosso successo turistico, per la spiaggia enorme e lunghissima, per il mare ormai alla 14ª bandiera blu.
Lo sviluppo edilizio in questi anni è stato tumultuoso ed altre aree edificabili si potrebbero aggiungere, se saranno approvati i nuovi comparti dichiarati edificabili.
Questo potrebbe voler dire ancora più persone al mare e forse la necessità di sfruttare l’arenile anche per il versante sinistro verso Riva dei Tessali, attualmente privo di punti di accesso.

CASTELLANETA. STRADE PROVINCIALI: "UN DISASTRO". LO DICE L’OPPOSIZIONE CON D’AMBROSIO

dall'articolo del Quotidiano del 19 Luglio 2012
di Nicola NATALE
Il fondo dissestato della strada provinciale 13 che collega Castellaneta a Castellaneta Marina
Castellaneta, è il tempo delle denunce. 
Questa volta si tratta della mancata manutenzione e dello stato pessimo delle 11 strade provinciali che si snodano nei 239 chilometri quadrati di superficie. 
E in particolare della n°13, quella che collega il Comune madre a Castellaneta Marina, teatro di incidenti mortali, frequentatissima nei mesi estivi. 
Michele D'Ambrosio,
cons. com. di minoranza a Castellaneta
A sollevare la questione è il consigliere comunale d’opposizione Michele D’Ambrosio, della lista “Noi con Rocco Loreto”, che suona la sveglia al sindaco e al consigliere provinciale, riuniti nella stessa persona di Giovanni Gugliotti. 
La pur giusta denuncia cozza con il fatto che alla Provincia è in carica da 8 anni un’amministrazione di centrosinistra guidata dal presidente Giovanni Florido e che Gugliotti in Provincia segga tra le file della  minoranza. Immediatamente la cosa gli è stata fatta rilevare tuttavia il consigliere sollecita ugualmente un intervento (interrogazione o mozione) da parte del sindaco/consigliere provinciale che impegni la Provincia. 
La denuncia di D’Ambrosio non si ferma allo stato delle strade provinciali ma si estende anche ai lavori che sulle stesse insistono. 
Castellaneta,  "spaltone" sulla provinciale 12
Dall’eliminazione delle curve in zona “Ferre”  sempre sulla provinciale 13 per cui sarebbero ancora inutilizzati 2,5 milioni di euro allo “spaltone” lungo la provinciale 12, un canale di convogliamento acque che avrebbe dovuto essere completato nel settembre del 2011. 
Dai lavori per 650.000 euro al bacino imbrifero di raccolta acque piovane al contestatissimo sollevamento del ponte sul Fiume Lato per cui si è speso 1,3 milioni di euro. 
Senza dimenticare il completamento della strada provinciale 12, promesso da otto anni e  mai realizzato e le  provinciali 14 e 21. 
La prima di collegamento tra Palagianello e la SS106, la seconda di collegamento tra Castellaneta e Gioia del Colle. 
Insomma un lungo quaderno di doglianze che deve fare i conti con la pretesa inutilità delle Province cui però nel frattempo si è affidata per Legge la competenza di un numero sempre maggiore di strade anche ex statali.  
Il tutto seguito dal futuro accorpamento con Brindisi e Lecce, con immaginabile diminuzione di fondi disponibili e con l’acerrima lotta politica che ne seguirà. Tuttavia l’ostacolo c’è per esser superato. Il consigliere loretiano recentemente aveva anche denunciato la presenza di amianto nella pineta adiacente le abitazioni IACP di Castellaneta Marina e l’esistenza di scarichi maleodoranti.