DIGITA LA TUA MAIL QUI PER GLI AGGIORNAMENTI

giovedì 16 dicembre 2010

I PESCI MANGIANO IL PLANCTON

di Nicola NATALE
Nicola Natale in III C
Tutto era nuovo e mai veduto. Le cartelle, i quaderni, i visi, l’odore dei libri in cartoleria ad Ottobre. Mi chiedevo spesso cosa avrei fatto nel 2000, così lontano, avveniristico. Sarei stato grande, avrei avuto un lavoro, chissà quale…. Allora quello che contava erano solo gli amici, il sorriso dei maestri, l’approvazione dei genitori. Sembrava non mancasse proprio niente, a parte i campetti per giocare che avevo visto in città più grandi. La mia scuola elementare non era a prima vista costruita per essere tale. Negli anni tra il 1977 e il 1982, la Scuola Lombardo Radice, quella di Piazza Fontana, aveva un plesso distaccato in Via Lucania, nel cosidetto Palazzo Francese. Era una palazzina di quattro piani, rivestita in parte di mattonelle celesti. Tre piani erano occupati dalla Scuola materna, dalla Scuola elementare e dal Liceo Classico. La mia scuola elementare era giusto due piani più su dell’asilo statale che avevo frequentato. Magari involontariamente ma “l’Istituto Comprensivo” aveva fatto la sua comparsa a Ginosa già dal 1977. Non c’era una palestra naturalmente e qualche volta andavamo a quella del Plesso poco vicino. Al primo giorno di scuola non frignai e strillai come pure vidi fare ad alcuni, ma avevo paura. Temevo mi chiedessero qualcosa e sapevo di non sapere niente. Non riuscivo a concepire di andare a scuola così impreparato. Che diamine, non si manda un bambino a scuola senza che sappia proprio niente! La mia sorellina aveva già imparato le lettere dell’alfabeto all’asilo, a scrivere il suo nome, a noi ci si lasciava solo giocare. Scoprì che qualcuno iniziava un anno prima, a 5 anni faceva la primina. Che strani pensieri può fare un bambino, li ricordo nitidamente. La Scuola non era distante da casa mia, un secondo piano al n°102 della rumorosissima Via Roma. Ci andai a piedi appena seppi farlo. Al ritorno a casa chiedevo alle ragazze del Liceo di suonarmi il campanello, posto troppo in alto. Trovai però una bella sorpresa il mio primo giorno di scuola: Maria Teresa Angelillo da Crispiano. Una maestrina giovane, carina, dalla giacca rossa: fu la nostra insegnante solo per il primo anno. Era un piacevole surrogato della madre, mi piaceva mettermi in evidenza, farmi benvolere. Scrisse sulla pagella che tendevo verso forme autonome di comportamento, che le mie osservazioni erano acute. Forse i miei successi scolastici, sono dipesi in qualche modo da quell’inizio promettente. La scuola è la fonte di tutto. Non sembri eccessivo. Una buona scuola può rimediare alle deficienze dell’ambiente familiare o potenziare le nozioni che vengono fornite dai genitori. Mi accorsi presto delle differenze sociali, ci chiedevano spesso cosa facessero i nostri genitori, ci facevano descrivere il loro lavoro. Qualcuno nella mia classe sapeva già scrivere e leggere e mi resi conto che non si partiva tutti uguali. Certe cose si sentono, non hanno bisogno di essere spiegate. Ciò ha inciso sicuramente sul mio successivo impegno giornalistico e politico. Ho avuto più maestri, nessuno di loro criticabile: la Scuola, almeno quella Elementare, funzionava, posso dirlo in tutta sicurezza. Andare bene comunque non mi impediva di partecipare abbondantemente al chiacchiericcio ed a qualche intemperanza. Ho fatto in tempo ad avere qualche bacchettata ma non col legno. Lo strumento era il poggiapiedi in lega metallica del banco ma non ne ho conservato alcun terrore. La severità non è mai stata il tratto costitutivo della mia Scuola Elementare, una Scuola che però aveva il coraggio di bocciare. Anche in prima classe.
Ma non erano solo alcuni alunni a non voler imparare cose nuove. In quegli anni una coppia o forse un intero team di strepitosi rappresentanti avevano venduto a mezza Ginosa, l’enciclopedia I Quindici, scritta per i ragazzi. L’avevo divorata, dal primo all’ultimo libro. In un compito avevo subito messo a frutto quanto letto. Scrissi che i pesci mangiano il plancton e l’insegnante di turno sottolineò la parola come errore. Rimasi interdetto, perché pensavo di avere scritto una frase originale ma comunque corretta. Avvertii dunque l’incolmabile distanza tra la scuola e il mondo di fuori, quel sapere incasellato cominciava già a stufarmi. Le quattro ore a volte erano lunghe ma l’avventura della conoscenza mi piaceva. Con il maestro Luigi Leo ci confrontammo da piccoli con il grande tema della disabilità. Il maestro portavo a scuola il proprio figlio gravemente disabile e ciò credo ha dotato tutti noi di una particolare sensibilità per i diversamente abili. Fu l’avanguardia inconsapevole forse, che molti anni dopo portò alla figura dell’insegnante di sostegno, una conquista di civiltà. Di quegli anni ricordo oltre alle interminabili partite al calcio in strada, ai fumetti di Zagor e Tex, alle figurine, una notizia che mi colse al mattino. La uccisione di Aldo Moro nel 1978, Presidente del Consiglio originario di Maglie, ci venne fatta commentare in classe, per iscritto. Allora la politica era tragica e poteva essere commentata in classe. Oggi sarebbe complicato. E forse porterebbe ad una ispezione. (worldpress riproduzione riservata)

GINOSA 10 DICEMBRE 2010