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venerdì 27 luglio 2012

COS'E', COME FUNZIONA L'ILVA DI TARANTO


di Salvatore Romeo

Cortei di protesta dei dipendenti ILVA di Taranto

Le battaglie che si stanno combattendo a Taranto in queste ore investono diversi piani. 
Fra i tanti ve n’è uno che merita di essere sottolineato per l’importanza generale che riveste. 
E’ la battaglia fra Stato di diritto e “turbocapitalismo”. 
Per quindici anni, da quando la si è consegnata alla proprietà privata della famiglia Riva, ILVA è stata quasi un territorio ex lege.
I nuovi “padroni delle ferriere” – mai definizione fu più opportuna – hanno imposto una disciplina ferrea in ogni ambito della vita di stabilimento, azzerando la linea del comando per concentrare nelle proprie mani l’intero potere su uomini e macchine; estromettendo i rappresentanti dei lavoratori dalle decisioni strategiche; portando i ritmi di produzione a livelli elevatissimi.
Per imporre la loro autorità non hanno esitato a ricorrere a forme di vero e proprio mobbing, come nel caso della “palazzina LAF”: l’edificio a cui erano destinati – e lì costretti a passare intere giornate senza far nulla – i lavoratori invisi alla direzione. Quella vicenda – conclusasi con la condanna dei vertici dell’azienda e di alcuni preposti – ancora oggi è considerata il caso più grave di mobbing mai accaduto nel nostro paese.
La ristrutturazione ha consentito al siderurgico di Taranto di diventare la base di un complesso produttivo che ha le sue punte nei laminatoi a freddo di Genova e Novi Ligure. 

Fino al 2005 in realtà anche lo stabilimento genovese produceva ghisa e acciaio, ma un’inchiesta della magistratura sull’inquinamento offrì all’azienda l’opportunità di realizzare un progetto che già la proprietà pubblica coltivava da tempo: concentrare a Taranto l’intera produzione di base (fino ai laminati a caldo), destinando i semilavorati di questo stabilimento ai due centri del Nord per la rifinitura e quindi la spedizione ai nuclei di consumo nazionali ed esteri.

Un’idea brillante dal punto di vista industriale e condotta con la massima abnegazione. I ritmi a Taranto si fanno intensissimi e nel 2006 viene toccato il record storico della produzione: oltre 10 milioni di ton. d’acciaio, un terzo della produzione nazionale. A farne le spese però sono soprattutto i lavoratori: le “morti bianche” sono 41 fra 1993 e 2007, di cui circa il 20% nel solo biennio 2005-2007.

Alla base di questa nefasta tendenza c’è anche l’esasperato turn over realizzato dall’azienda da inizio decennio: al pensionamento dei padri si offre la possibilità ai figli maschi di subentrare con contratti di formazione lavoro (tre anni rinnovabili a tempo indeterminato).

L’età media degli addetti viene così rapidamente abbattuta (ancora oggi si aggira attorno ai 35 anni), con vantaggi significativi per l’azienda in termini di costo del lavoro – con l’anzianità maturata i “padri” costavano infatti molto di più dei nuovi assunti –, ma con ripercussioni pesanti sulle condizioni di sicurezza: l’inesperienza dei giovani lavoratori e l’intensificazione dei ritmi produttivi costituiscono spesso un mix letale.
Il tentativo di perseguire livelli d’efficienza produttiva fino ad allora ineguagliati induce anche un altro “effetto collaterale”: la sistematica sottovalutazione delle conseguenze ambientali del processo produttivo. 
Sin dal 2001 emerge il problema del benzo(a)pirene, un pericolosissimo cangerogeno emesso dalle cokerie; il sindaco di Taranto (allora la forzista Rossana Di Bello) ordina persino la sostituzione degli impianti, ma la mediazione che ne consegue porta soltanto al “rivampaggio” (in gergo siderurgico, “ammodernamento”) delle vecchie batterie.

Contestualmente, presso un altro centro siderurgico a ciclo integrale, a Duisburg – nell’area della Ruhr – si inaugura una cokeria del tutto nuova, che ha consentito un abbattimento delle emissioni ben al di sotto della soglia di pericolo di 1 nanogrammo/metro cubo. A Taranto invece ancora nel 2011 si registra uno sforamento di quel parametro.

Una situazione diversa sembrerebbe riguardare invece la diossina: le rilevazioni più recenti segnalano un livello di 0,2 nanogrammi/metro cubo, inferiori alla soglia di 0,4 sancita dalla legge regionale del 2007; ma i campionamenti da cui è stato ricavato il dato riguardano soltanto tre su trecentosessantacinque giorni in cui lo stabilimento marcia a ritmi tutt’altro che omogenei.
A indicare la vera misura dell’impegno di ILVA in campo ambientale sono piuttosto gli agghiaccianti risultati delle perizie su cui si basa il provvedimento di sequestro emesso dal GIP Patrizia Todisco. 
In quella chimica si rileva che all’interno dello stabilimento non vengono presi tutti i provvedimenti atti ad evitare l’emissione di sostanze letali ed è stigmatizzato il mancato utilizzo del campionamento in continuo per gli impianti che generano le sostanze più pericolose.
In quella epidemiologica, gli esperti incaricati dal Tribunale affermano invece che “nei 13 anni di osservazione [fino al 2010, ndr] sono attribuibili alle emissioni industriali 386 decessi totali (30 per anno), ovvero l’1.4% della mortalità totale, la gran parte per cause cardiache.
Sono altresì attribuibili 237 casi di tumore maligno con diagnosi da ricovero ospedaliero (18 casi per anno), 247 eventi coronarici con ricorso al ricovero (19 per anno), 937 casi di ricovero ospedaliero per malattie respiratorie (74 per anno) in gran parte nella popolazione di età pediatrica, 638 casi totali, 49 per anno”.
Ovviamente ad essere più colpiti risultano i lavoratori ILVA e gli abitanti dei quartieri operai a ridosso della fabbrica (Tamburi e Paolo VI). 
Verrebbe da dire… un inquinamento di classe. 
Alla luce di queste risultanze lo scorso 15 marzo lo stesso Ministro dell’Ambiente in carica, Corrado Clini, è stato costretto a revocare l’Autorizzazione Integrata Ambientale (il certificato senza il quale nessuna unità produttiva ad elevato impatto ambientale può operare su territorio europeo) concessa allo stabilimento solo sette mesi prima (con un ritardo di quattro anni).
Il risultato della radicale ristrutturazione aziendale e del mancato adeguamento alle tecniche di prevenzione ambientale nel caso di ILVA è immediatamente quantificabile in profitti da capogiro: la punta più alta ILVA la raggiunge nel 2007, con un utile pari a circa 900 milioni di Euro.
Ha dunque pienamente ragione il GIP quando nell’ordinanza di sequestro scrive che “chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le piu’ elementari regole di sicurezza”. 
Questa, in attesa che diventi una verità giudiziaria, deve già essere considerata una verità storica.
La magistratura è dunque intervenuta, facendo seguito all’obbligatorietà dell’azione penale, per riaffermare le ragioni dello Stato di diritto, che individua precisi limiti alle attività produttive. Nel condurre queste ultime infatti la logica del profitto non può essere anteposta a tutte le altre esigenze dell’essere umano e dell’ambiente naturale. Questo almeno è quello che proclama la nostra Costituzione. La storia recente di ILVA invece è una brutta storia di liberismo all’italiana, in cui si è lasciato che l’impresa facesse i propri comodi considerando lavoratori e risorse naturali meri fattori del processo di produzione.
Ma è al limite dell’assurdo che lo Stato di diritto venga difeso soltanto da uno dei suoi poteri. Il legislativo e l’esecutivo possono essere considerati infatti una parte del problema. In questi quindici anni la gravità della situazione tarantina si è fatta sempre più chiara, ma gli interventi politici sono rimasti vaghi, quando non accondiscendenti. Si è fatto cenno alla vicenda delle cokerie e della legge regionale sulla diossina, come al pastrocchio della concessione dell’AIA.
Per un periodo di tempo incredibilmente lungo la politica tutta ha creduto che ILVA vivesse in uno stato di sospensione del diritto. La magistratura ha interrotto il sogno, ma ha spalancato davanti ai nostri occhi un incubo. ILVA infatti non è “soltanto” 13 mila lavoratori (fra diretti e dipendenti dell’indotto) che ora rischiano il posto; e non è neanche solamente una città e una provincia che scivolerebbero così nel baratro.
ILVA è una parte fondamentale della siderurgia italiana; e la siderurgia, piaccia o meno, resta un pezzo indispensabile per un sistema produttivo moderno. Viene da chiedersi allora perché in altri grandi paesi – Germania (che è il primo produttore europeo d’acciaio, con il doppio della produzione italiana) Francia, Olanda ecc. – si sia riusciti a trasformare stabilimenti analoghi per renderli compatibili con la vita umana e dell’intero ecosistema circostante e in Italia questo non lo si possa fare, mettendo così a repentaglio la tenuta dell’intera economia nazionale.
Ci troviamo dunque davanti a un bivio. Da una parte, se il siderurgico di Taranto dovesse chiudere il nostro paese accuserebbe un colpo tremendo: il processo di de-industrializzazione già in atto subirebbe un’accelerazione imprevedibile, che rischierebbe di renderci sempre più dipendenti dalle grandi economie del Nord Europa (Germania in testa).
D’altra parte, qualunque forzatura dovesse essere tentata nei confronti della magistratura aggraverebbe un’ulteriore tendenza degenerativa specifica di questa fase: la destrutturazione della democrazia repubblicana sancita dalla Costituzione. Per salvare la democrazia e l’economia nazionale o si trova un accordo con l’azienda per rimuovere le cause strutturali dell’inquinamento o è necessario che lo Stato si assuma le proprie responsabilità.
Qualche giorno fa Paolo Bricco, parlando del “caso Taranto” dalle colonne del Sole 24 Ore, sosteneva che “nessuno prova anti-storiche nostalgie per Oscar Sinigaglia”. Si farebbe bene invece ad essere nostalgici eccome di quella grande figura di capitano d’industria, che nell’immediato dopoguerra, di fronte all’opposizione dei siderurgici privati (e della Confindustria in generale), difese l’intervento dello Stato nel settore motivandolo col suo carattere strategico e con l’incapacità dei privati ad assolvere a quel compito.
La Storia ha dato ragione a Sinigaglia, perché senza la siderurgia pubblica non avremmo avuto il boom economico. Di tanto in tanto i nostri gruppi dirigenti potrebbero anche ergersi sulle spalle dei loro predecessori per compensare il loro cronico nanismo.

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