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lunedì 17 ottobre 2011

BIODINAMICA PER SALVARSI MA I CONTI ANCORA NON TORNANO!


dall'articolo apparso sul Quotidiano di Domenica 16 Settembre 2011

di Nicola NATALE

Nicola Del Giudice con la sua famiglia. Una delle prime aziende agricole biodinamiche a Ginosa (Ta)
Ci sono aziende agricole che bilancio alla mano potrebbero fare una sola cosa: chiudere. Indipendentemente dalla loro estensione. Altre invece si danno all’agricoltura biodinamica. Siamo andati da una delle aziende pioniere a Ginosa, la CAPJ di Nicola e Bruno Del Giudice, per capire se può essere questa la strada per la riconversione delle tantissime aziende agricole ginosine sparse su un territorio di poco meno di 187 chilometri quadrati. Ci ha risposto Nicola che tenacemente assieme alla sua famiglia non abbandona l'azienda.
Perché fare agricoltura biodinamica?
Con il suo tipico cappello al centro della foto, Alex Podolinsky,
il fondatore dell'agricoltura biodinamica 
L’industria chimica ci ha tolto la coscienza del coltivatore. Ma ci ha anche costretti a produrre in maniera meccanica fino all’asfissia per debiti. 4 -5 anni fa con l’inizio della crisi profonda ci siamo avvicinati agli enzimi  ed alle coltivazioni biologiche. Ma i rivenditori sono sempre gli stessi, così come i prezzi  ed anche il sistema non è ideale perché necessita di grandi quantità di massa organica. Per cui abbiamo capito che bisognava tornare al circuito chiuso, come facevano i nostri nonni, se volevamo salvare l’azienda ed abbattere drasticamente i costi.
Cioè?
Cioè produzione in proprio dei fertilizzanti e terreno sano. Le arature, ad esempio, vengono effettuate con un ripuntatore molto simile ai vecchi aratri di legno, ciò significa risparmiare carburante e preservare l’humus di superficie. A questo punto è stato naturale avvicinarsi alla biodinamica e fare il primo corso a Lecce su indicazione di Mimmo Moretti che a Castellaneta faceva biodinamica da vent’anni. Nel corso ci sono anche elementi di antroposofia, perché significa entrare a fare biodinamica dalla porta principale.
Vale a dire?
Per capire un buon vino bisogna sapere di vigneti, conoscere i metodi di coltivazione e di vinificazione, per apprezzare il nostro modo di coltivazione bisogna conoscere l’antroposofia, una disciplina filosofica che insegna a riconoscere e rispettare le esigenze spirituali senza  trascurare quelle materiali.
 Ma la solfa non cambia, si lavora troppo e si guadagna poco…
Purtroppo sì, la biodinamica implica un impegno ancora maggiore per il coltivatore, ma si basa sulla sua persona e sui cicli naturali, seguiamo il calendario biodinamico, sovrapponibile quasi integralmente alla vecchia saggezza contadina sul modo di effettuare le lavorazioni. Di qui vengono sapori, profumi, aromi ed è per questo che costano mediamente di più. Anche la lotta antiparassitaria viene condotta in maniera preventiva con equiseto, ortica, propoli, zolfo. Una certa ricerca sui semi e sulle talee autoctone da anche piante più sane e meno attaccabili ma desta sospetto l’arrivo di virus e batteri sempre nuovi.
Cosa coltivate?
Soprattutto uva da tavola ma anche ortaggi e grano, siamo collegati ad un canale di commercializzazione biodinamica ma facciamo anche piccole vendite dirette.
Riuscite ad essere competitivi?
Purtroppo ci sono determinati meccanismi che sono sempre violenti. Ci sono sempre i commercianti, col biodinamico ti danno maggior spazio perché il prezzo finale dei prodotti è più alto. Ma è la distribuzione che impone ciò che ritorna al produttore dopo la vendita.  Ci sono sempre intermediari di troppo ed il prezzo finale non è equamente suddiviso in funzione della quantità di lavoro svolta e degli  investimenti necessari.

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