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lunedì 27 gennaio 2014

27 GENNAIO, PER IL GIORNO DELLA MEMORIA, LA STORIA RITROVATA DI MICHELE PACCIANO.



di Michele Pacciano

Queste sono schegge, sprazzi e stralci di una memoria perduta non dimenticata, episodi in cui nomi e volti si cancellano nel tempo per affidare i fatti a ricordi di bambini ignari o spauriti. 
Non è la memoria minore, è solo quella più piccola, quella di tanti uomini e donne che senza saperlo aveva attraversato un periodo di storia tragica e ancora si chiedono il perché. 
Perché il giorno della Memoria, non diventi un rito stanco, collettivo e autoassolutorio, anche questi pezzi di storia slabbrata, incompleta e dimenticata, non vanno riconsegnati all'oblio. 
Penso ai tanti bambini ebrei, nascosti nei conventi vaticani, come il padre di un mio carissimo amico, ai tanti malati, veri o presunti, di religione ebraica, internati nell'ospedale Fatebenefratelli di Roma, dove il geniale Giovanni Borromeo, dichiarato Giusto delle nazioni in Israele, si inventò il famigerato reparto K e con l'arma dell'ironia salvò migliaia di israeliti dai campi di sterminio. 
Ma penso anche soprattutto alla nostra Puglia.
Don Pietro Pappagallo, che aiutò partigiani ed ebrei nella Roma città aperta e fu magistralmente interpretato da Aldo Fabrizi el capolavoro di Rossellini, era di Terlizzi.
La mia memoria ha molti nomi, ho avuto l'onore e la commozione di conoscere molti deportati, ma voglio parlare invece di una piccola storia di  vita e  di coraggio svoltasi tra la Puglia e la Basilicata, dagli inizi del '44 alla fine '45.
Non ci sono documenti o fotografie che la provano, ma solo i ricordi di bambina di una signora che poi è diventata mia zia. 
Lo faccio non per orgoglio familiare, ma perché occupandomi da vent'anni della Shoah, di storie come questa ne ho trovate tante. Per fare solo un esempio, Eugenia Scunnach, ebrea romana di origine austriaca fu salvata in un paesino dell’Abruzzo, da quello che sarebbe diventato l'aiuto regista di Sergio Leone, ma sua figlia Rossella Piperno non ricorda assolutamente i nomi della famiglia che salvò sua madre.
Michele Todisco aveva gli occhi profondi e le mani grandi di un falegname comunista della bassa Lucania di uno che credeva nell'uguaglianza, che negli anni bui non si è mai iscritto al Fascio, che ha sempre insegnato ai suoi figli ad andare a testa alta, a  guardare gli altri negli occhi.
Dopo l'occupazione nazista molti ebrei fuggirono da Roma e dal Nord verso paesini anonimi del Sud, cercando di mescolarsi ai contadini, di diventare anonimi e di trovare una difficile via di salvezza.
Avrham era un intellettuale, aveva la barba lunga, nera e curata e gli occhiali tondi del professore di liceo. 
Arrivò a Monte Milone in provincia di Potenza che faceva già freddo. Mia zia Pina Todisco aveva tre anni, allora. Non ricorda neanche il suo cognome, ricorda che suo padre lo guardò e decise quasi subito di nasconderlo nella sua falegnameria. 
Di giorno si nascondeva nella legnaia e di notte usciva per mangiare un piatto caldo che la moglie di Michele,  Marianna non gli faceva mai mancare. 
Avrham parlava poco, un po' per paura, un poco per la naturale ritrosia che gli ebrei askenaziti hanno imparato nei secoli. 
Qualche volta le bambine di casa Todisco, Pina e Candida, lo guardavano incuriosite, ma il papà diceva loro: é l'ospite della legnaia, non ha dove andare, deve stare qui.
Il professor  Avram stette nascosto lì fino alla liberazione, poi andò a Brindisi e da lì in Palestina, verso la libertà.
Ho parlato col sindaco di Monte Milone, nessuno ricorda questa storia, poi Michele Todisco emigrò e non ne parlo con nessuno, come fanno i giusti.
Mia zia me l'ha raccontata con le lacrime agli occhi, nel pieno dei suoi 73 anni. 
Michele Pacciano,
giornalista professionista.
Quando può, torna, sempre più di rado,  a Monte Milone e si ferma sulla porta ad arco che fu la falegnameria, poi al cimitero, una sorta di pellegrinaggio laico nella memoria di suo padre.
Un uomo buono, che quando tutti sbandavano, a rischio della vita, fece la cosa giusta. Oggi nessuno lo ricorda, ma lui non lo aveva fatto per essere ricordato. 
Le due bambine di allora, Pina e Candida ricordano che il professor Avrham aveva sempre tra le mani un libro con la copertina di pelle nera, forse era il Talmud. 
<<Chi salva una vita, salva il mondo intero>> dice la sacra scrittura da cui tutti discendiamo. Michele Todisco, forse non l'aveva mai letta, ma l’aveva impressa nel cuore.

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