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mercoledì 28 novembre 2012

TARANTO, ILVA, ITALIANS. Una lettera a Beppe Severgnini


Taranto, tromba d'aria. Devastazione anche al porto.
La lettera è una risposta ad un intervento apparso oggi su Italians, rubrica del Corriere della Sera online, di cui vi aggiungo il testo sotto.

Caro Beppe,
un mio amico da Bari ha chiesto se per l'Ilva di Taranto era meglio far finta che non esistesse. 
Da Ginosa in provincia di Taranto dove vivo, gli ho detto no. 
Bisogna chiederlo ai tarantini che ci vivono, chiedere loro insomma se vogliono continuare a sacrificarsi per i 13.630 che ci lavorano (dati ilva 2005) e per i tantissimi che da essa dipendono. A Taranto ed in tutta Italia.
In cambio di questo sforzo industriale - non l'unico -  la Provincia jonica è agli ultimi posti non solo per qualità della vita, ma anche per occupazione. 
Naturalmente la situazione peggiorerebbe ancora se l'Ilva si fermasse: non ci sono alternative serie praticabili a breve. Non é tollerabile tuttavia che il referendum sull'acciaieria proposto da un comitato locale sia stato bellamente ignorato.
Lo Stato, fin dal 1960 e con altre leggi, ha contribuito al pari, se non più di Riva, ad inquinare. 
Il problema è che ora non ci sarebbero soldi pubblici (scomparsi quelli già destinati) e dobbiamo per impegni internazionali pareggiare il bilancio statale. 
Tuttavia, secondo il Codice dell'ambiente, è Riva che dovrebbe bonificare, anche se per l'inquinamento dal 1995 in poi, cosa tra l'altro non facile da distinguere. 
Faccio presente che, prima dell'Ilva, l'altra grande "industria" smantellata in silenzio è stata l'agricoltura. Se Taranto deve sacrificarsi - e non lo ritengo giusto anche se fa tanto nimby - lo Stato può imporglielo come sembra stia facendo con decreto per superiori interessi nazionali.
Bisogna allora trovare il modo per produrre acciaio nella maniera più indolore possibile: le bat, le best available technologies di cui si ciancia da anni.
Posto che ci si riesca, questa soluzione apre un altro fronte: se oltre alla crisi di mercato l'acciaio prodotto a Taranto diventa troppo caro rispetto alla concorrenza, che si fa?
Torniamo alla maniera impropria con cui si è gestita la globalizzazione da parte di FMI, WTO e UE. Non si possono globalizzare i commerci, se non si globalizzano anche doveri e diritti.
p.s. Taranto è in Europa.

Il testo che qui segue è stato selezionato dalla redazione di Italians e pubblicato oggi,
28 Novembre 2012.
http://italians.corriere.it/2012/11/28/lilva-di-taranto-questa-non-e-giustizia/
Ancora un altro scorcio di conversazione……..


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