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sabato 2 giugno 2012

UOMO O ANIMALE. CHI VIENE PRIMA?

di Nicola NATALE*
Un setter irlandese
Gli animali tra tutte le meraviglie che ci circondano, sono quelli ci somigliano di più. 
E questo a prescindere dalle corrispondenze che si ritrovano comparando il nostro dna con quello degli scimpanzé ed altri animali. 
Sono le loro funzioni superiori che ci stupiscono: l’affetto e la fedeltà dei cani, l’eleganza silenziosa dei gatti, il canto paradisiaco di alcuni uccelli, la sensibilità dei cavalli, la socievolezza dei delfini. Potremmo continuare all’infinito, per non parlare delle qualità fisiche di tanti animali che non smettono di affascinarci nei documentari. 
Le "funzioni superiori" che attribuiamo agli animali sono però nostre rappresentazioni,  nessuno finora ha trovato la “stele di Rosetta” che possa tradurci esattamente i sentimenti animali, ma i loro codici comunicativi sono molto ben studiati e gettano di continuo nuova luce sul loro mondo. 
Tuttavia l’uomo contemporaneo ha trovato il modo di deviare anche il rispetto che si deve a queste creature. 
Mi riferisco a quanti nelle nostre città e nei nostri paesi antepongono il loro animale e le cause animaliste ad altri umani e alle cause umane. A quanti personificano il loro animale. L’espressione “sono meglio gli animali” è diventata popolarissima e non c’è dubbio che in molti casi gli animali abbiano brillato in umanità rispetto alle imprese dei titolari uomini. 
Penso a Srebenica, a Sabra e Chatyla, ma anche a Casalduni e Pontelandolfo, tutte stragi di uomini contro uomini e penso soprattutto a quelle in corso. 
L’animale soddisfa certi nostri bisogni, senza essere sul nostro stesso piano. 
Non abbiamo con lui la meravigliosa scommessa dell’amicizia che ci può essere fra umani, un rapporto tra pari, con il rischio continuo del fraintendimento e del tradimento. 
Con l’animale domestico o “addomesticabile” si semplificano le cose: dobbiamo addestrarlo solo ad entrare in contatto con noi. 
Bene, ognuno sa di cosa personalmente ha bisogno e non c’è dubbio che la cura ed il rapporto con gli animali abbia tantissimi effetti positivi, tuttavia ritengo che questo rapporto non può essere anteposto al rapporto con gli umani. 
L'articolo pubblicato su Cercasi un fine,
periodico promosso dalle
Scuole di formazione all'impegno sociale e politico
La causa animalista non può avere valenza maggiore delle tante, troppe cause umane. 
Memorabile, e certo non casuale, l’ironia di Zucconi ai Mondiali di calcio del 1994 negli Usa; le partite eliminatorie furono giocate ad orari impossibili, tipo le 14:00, con un caldo bestiale per ragioni televisive: “se giocassero gli animali ci sarebbero state forti proteste, ma sono umani e possono giocare”.  
Ho conosciuto gente dolcissima con gli animali, pronta a dare carezze ed affetto al cagnolino sconosciuto ma di rara aggressività verso gli umani, anche conosciuti! 
Mi indigno quando vedo i bocconcini prelibati per il nostro fido e la nostra gattina e penso alla condizione umana in  Darfur,  nel Corno D’Africa o in certe fabbriche cinesi. 
Ma senza questi esempi estremi basti pensare all’indifferenza che generano i barconi pieni di immigrati che naufragano vicino alle nostre coste, i vecchi, i nostri vecchi,  che non vogliamo andare a trovare perché noiosi, il compagno di scuola malato psichico che non ci va più di salutare. 
Non meritano queste cause il nostro tempo, accanto alle cause animaliste? 
Lo stesso caos nel quale ci ha cacciato il mondo finanziario, per il quale stanno pagando gli inermi, i poveri in spirito e che sta distruggendo tutta la legislazione sociale, diritti conquistati dopo anni di battaglie civili, non vi sembra abbia un’urgenza maggiore? 
Amici animalisti, mi inchino al vostro sentimento, alla vostra sensibilità, alla vostra spontanea comprensione dell’insegnamento di San Francesco, ma vi richiamo alle lezioni di Don Milani: “E in questo secolo come si vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola?” 
Termino con un aneddoto. 
GINOSA - La vista dall'anfiteatro di Via Alfieri
C’è un’area comunale al centro della mia città, che doveva divenire Parco, fin dal lontano 1989: non lo è mai diventata. 
L’anfiteatro costruito, anche quello mai ultimato, è diventato ritrovo di giovani che vanno a bersi una birra e talvolta a fumare una canna. 
I volontari animalisti lo hanno ripulito per i cani randagi, perché non si ferissero con le bottiglie rotte. Non per i “i figli dei nostri civili concittadini, che potranno fumarsi le canne più spaparanzati di prima” hanno sentenziato. 
Gli stessi hanno poi creato un gruppo su Facebook per denunciare l’abbandono di cani sul territorio, altra iniziativa lodevolissima. 
Ma come risponde una delle principali militanti alla indifferenza della cittadina alle battaglie animaliste? Etichetta gli abitanti come “capi verdi” sinonimo di zotici. Che poi chiama, per un altro caso, “bestie a due zampe”. 
E come controbattono alle lamentele dei cittadini per i branchi di randagi? “Bisogna far sentire in maniera decisa la nostra voce. La gente si lamenta dei cani col Sindaco? E noi di tutta risposta gli scriviamo che non è vero niente”. 
Un gruppo di pressione, questo rischia di diventare l’amore sacrosanto per gli animali.
*articolo pubblicato sul n°70 di Maggio 2012 di "Cercasi un fine"

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